Si vota!!!

17 03 2010

In attesa delle prossime votazioni. Ritornando a una vigilia di voto. A Berlino, esattamente venti anni fa… un ritorno al futuro, dagli appunti di daniela Morandini.

Berlin 17.3.90C’e’ già aria di festa, qui, sull’Alexander Platz. Domani, circa dodici milioni di tedeschi dell’Est andranno a votare. E’ la prima volta dal 1933, dopo la dittatura nazista e quella stalinista. Devono eleggere quaranta deputati. Ventiquattro le liste. Sono tante,come ogni volta che nasce una democrazia. Non ci sono preferenze. Ma il confronto sara’ soprattutto tra i partiti che sanno già fare i partiti. E quei movimenti dell’opposizione che sono stati l’avanguardia della rivoluzione di novembre, stanno diventando sempre meno popolari. Tre i grandi schieramenti. Il PDS e’ il nome nuovo della vecchia SED, il partito comunista. Ha addosso l’eredità pesante del regime di Honecker, dello stalinismo. Ha ancora una forte rete di clientele. Ma ha anche un segretario nuovo: Gregor Ghisy, che vuole fare pulizia , e che ieri sera è riuscito a far ridere questa piazza strapiena. C’e’ l’Alleanza per la Germania,. sostenuta dai cristiano democratici dell’Ovest. Pochi giorni fa, ha subito un brutto colpo. Uno dei suoi leader, Schnur, ha confessato di avere collaborato con la Stasi, la polizia segreta del vecchio regime. Ma questa Alleanza ha dietro chi vuole una Germania unita, subito. Poi, i socialdemocratici, rinati dopo la distruzione fatta dai comunisti nel dopoguerra. Vogliono la riunificazione, ma con cautela. La commissione elettorale denuncia che questa campagna e’ stata pagata dall’Ovest,ma molti non sanno ancora per chi votare. E ogni previsione, qui, potrebbe essere fantascienza. Leggi il resto dell’articolo »



Mamma Africa

14 03 2010

Ripensando al concerto, ieri, sabato sera, in ricordo di Miriam Makeba. E al Movimento Africani in Italia, che ha voluto l’incontro. Per ricordare la Voce dell’Africa. Mamma Africa che ha cantato la musica e la gioia di vivere. La musica e la libertà che ne nasce. Per tutti. Miriam Makeba che il destino ha voluto morisse, in un cattivo novembre, in terra d’Italia. A Castel Volturno. A ricordare diritti che vanno difesi. Per tutti. Cosa che noi, così distratti, a volte sembriamo aver dimenticato. Un concerto in ricordo di Miriam Makeba, per la sua testimonianza contro l’apartheid bandita dal Sud Africa, con la sua musica. Commovente ed entusiasmante. Per tutti e forse più di tutti, rimane l’eco dei passi delle artiste africane salite sul palco. Il loro muoversi che è tam tam che segna il ritmo del battito del cuore della terra. I loro corpi, che sono musica della terra. Fasciati di colori, che sono, esplosione, di vita.



Tornando a Berlino, venti anni fa…

13 03 2010

e comunque, tornando a un’altra riva, un altro muro… riprendendo il filo di ieri, guardando all’oggi


“Berlin 13 marzo 1990 Karl Marx Stadt, all’Est. Sono in centomila ad ascoltare il leader dell’altra Germania. Kohl promette pensioni più alte. Sa che qui la gente ha paura di perdere lo stato sociale. Sulla questione della frontiera polacca, sorvola. Sa anche  che questo e’ il problema vero, quello che lo fa litigare con il suo ministro degli esteri, Gensher. Della frontiera Oder Neisse, il cancelliere ha già parlato qualche ora fa, in una conferenza stampa, con i leader dei tre partiti conservatori dell’ “Alleanza per la Germania“. ”La riunificazione - ripete-  esclude qualsiasi spostamento di confini “. Ma sono parole che ai polacchi non bastano. Da Varsavia arriva il rammarico di Mazowiesky perché, nonostante le promesse, il cancelliere ha rifiutato la proposta di firmare un trattato che garantisca la frontiera orientale. E a Varsavia pensano anche che la posizione di Kohl sia la stessa di Waigel, sostenuto dai Republikaner, l’estrema destra. Leggi il resto dell’articolo »



Zia Teresa

12 03 2010

Ancora, uno sguardo da un’altra riva. Questa volta obliquo. O discosto piuttosto dall’obiettivo che guarda. Perché anche questo è eleganza, di un tempo che fu. Uno sguardo poggiato. Sul mondo, senza bisogno di guardarlo, il mondo. Lo sguardo della zia Teresa, che una voce, chissà, di nipote lontana, suggerisce di raccontare così.


La zia Teresa, zia della nonna Antonietta, mamma di Enzo, mio padre. Vivevano a Crespino, in provincia di Rovigo, non lontano da Venezia. Dove Sandro Bolchi ha girato  “Il mulino del Po”,  ma, soprattutto, dove precipitò Fetonte. Lo testimoniano ancora oggi i pioppi:  sono le sue  sorelle, le  Elidi, tramutate in alberi da Giove, per placare la loro disperazione. E lo dimostra anche la piazza principale, che si chiama ancora come il figlio  di Elio. Proprio in piazza Fetonte, viveva Teresa, che aveva sposato Luigi, un aitante giovanotto con la piu’ bella ferramenta del paese. Piu’ che una ferramenta,sembrava un negozio di dolci. Grandi vasi di vetro pieni di chiodi, che sembravano lucidati uno per uno. Martelli, pinze, tenaglie, cacciaviti, disposti in ordine per grandezza, come nell’animazione di un’avanguardia sovietica. In casa, le porte erano di vetro. Il pavimento rosso rosso.
 Un corridoio un po’ buio portava in un salottino. In alto c’era uno specchio rettangolare, inclinato, e la fotografia del Carlo, un bell’ufficialetto  con la divisa della seconda guerra mondiale. A sinistra c’era la cucina, grande, che dava sul giardino. Da li’ si arrivava sul Po, esattamente  dove era annegato Fetonte. Leggi il resto dell’articolo »



Enzo e Vincenzo

10 03 2010

Due sguardi dall’altra riva. Tranquillo e appena sorridente di saggezza già alle spalle il primo. Il secondo, curioso, come un pò impaurito dallo spazio infinito del futuro che ha davanti. Ma pure pronto ad avviarsi, al fianco ancora della sua placida guida. Nel tempo lento dei calessi. Che già solo alla prima curva, avrebbe preso il volo…



Ricordando Praga

9 03 2010

Esattamente oggi, esattamente quattro anni fa. Vedrai.

Vedrai, è stupefacente. Potresti persino piangere. Vedrai. Avevo assicurato. Né mi bastavano le parole per raccontare l’emozione, la tristezza, la paura, la commozione, che mi avevano preso l’anima, tanti anni prima. Al ricordo ancora fremevo. Vedrai, vedrai. Avevo continuato a ripetere in fila all’ingresso, attraversando le sale della Sinagoga, facendomi strada fra la folla di turisti in lenta e disordinata processione. Vedrai, è un disegno d’obelischi, in oblique geometrie impazzite, piantati nella terra, fra tronchi d’alberi e rovi, senza respiro, pietre di lapidi affastellate, a migliaia e migliaia, da non credere, vedrai, quasi a tenersi strette. Avvinghiate. Per non smarrirsi nella notte del tempo. Mi ero chiesta, allora, se fossero già loro, le stele di pietra, i fantasmi di questo giardino così affollato di morti. Fissati, mi era sembrato, nell’istantanea di una fuga impossibile. Leggi il resto dell’articolo »



Vasi, teste… e piante di basilico

6 03 2010


Avendo ricevuto in dono un bellissimo vaso. Testa di moro, come da antica tradizione siciliana. Il ricordo di una storia, un pò leggenda un pò realtà. Una storia d’amore, che ci riporta nella Sicilia di tanto tempo fa. Lui e lei, e un amore  che  profuma dell’aroma del basilico, che cresce rigoglioso ed odoroso come mai, quando innaffiato dalle lacrime della passione. Una storia struggente, di sventurati amanti, dei tempi in cui l’onore della famiglia andava difeso a tutti i costi, anche con il sangue e che il Boccaccio raccolse per il suo Decamerone: La “Triste historia di Isabetta da Messina”, che Filomena narra nella quarta giornata del decamerone. Abitavano dunque a Messina tre giovani fratelli, che facevano i mercanti, ed erano molto ricchi. E avevano una sorella, Lisabetta, molto molto bella, che però non era ancora sposata. E avevano, questi tre fratelli, un giovane garzone di bottega, Lorenzo, bello e leggiadro, che si innamorò di Lisabetta, e anche Lisabetta s’innamorò di lui e divennero amanti Ma una sera il maggiore dei fratelli vide Lisabetta entrare nella stanza del suo amante… Leggi il resto dell’articolo »



Le Sirene del primo marzo…

28 02 2010

A proposito della manifestazione del primo marzo. Il primo sciopero dei nostri immigrati. A proposito di persone altre che vengono da altri mondi che nessuno comprende… salvo alla fine coglierne tutti i vantaggi … Viene in mente Lusi, che è la protagonista di un racconto di Thomas Theodor Heine, scrittore, caricaturista, vissuto a cavallo fra ottocento e novecento, e che con maestria e leggerezza nelle sue fiabe ha ripreso i temi della narrativa popolare e ha fatto fare loro un bel tuffo negli ambienti borghesi della Germania d’inizio secolo (novecento intendo). Fiabe del secolo scorso, che sembrano storie dell’oggi. Lusi, dunque, è l’ennesimo travestimento di quegli esseri fantastici, un po’ paurosi, un po’ dee, che dai loro mari, di tanto in tanto si affacciano sulla terra… Lusi, il cui vero nome era Melusina, era  arrivata a fare la domestica in casa di una ricca coppia, proprio il giorno in cui era giunta la notizia della morte in mare del loro unico figlio. Lusi si era rivelata una domestica davvero invidiabile, anche se qualche volta diceva cose davvero strane. Aveva ad esempio chiesto di passare il suo giorno libero chiusa nel bagno… e poi… quella pesante collana di perle che portava sempre al collo! Era davvero inopportuno che un domestico portasse un gioiello falso così appariscente. Ma governata da Lusi, la casa andava avanti davvero bene… Fino al giorno in cui arrivò la crisi economica e le cose cominciarono ad andar male. Ed ecco che per aiutare il suoi padroni   Lusi, offrì la sua collana di perle. “Per aiutare lor signori” dice. Viene quasi presa in giro, nessuno crede che le sue perle possano avere alcun valore, salvo ricredersi dopo l’attenta valutazione di un orefice. La crisi economica… allora come adesso ancora… e quante sirene suggeriscono ricette… e quali perle, noi non riconosciamo … Ma la storia non finisce qui. Leggi il resto dell’articolo »



Orchi…

25 02 2010

Leggendo, dell’orca “assassina” che ha ucciso nel Sea World della Florida la sua addestratrice. Una domanda, politicamente per nulla corretta. Perché mai e di cosa sarebbe dovuta essere grata e felice l’orca? Animale degli oceani e degli abissi. Predatore dei mari sconfinati stretta nella prigione del suo acquario. Addestrata alla folle ripetitività di esercizi quotidiani. L’orca. In genere, leggo, non viene considerata minaccia per gli uomini. In genere, se attacchi ci sono stati, sono avvenuti in cattività. Nei parchi marini, appunto. Non so se quell’orca abbia mai visto il mare o sia nata nell’acquario e non conosca che il perimetro della sua piscina. Ma c’è una memoria che per tutti urla dal profondo del mondo. Forse l’orca, stanca della prigione dei suoi giochi, una di queste notti ha sognato l’oceano…



Ritorno a Meknès

22 02 2010


Leggendo, del crollo del minareto, tre giorni fa nella moschea di Meknès. Molta pioggia, fango, pietre e 45 morti. In un venerdì di preghiera. Ripensando a Meknès, forse già quasi quattro mesi fa. All’arrivo in treno, come su un sentiero in corsa a fendere le montagne, e il verde improvviso, dopo le pietre e il profilo lontano di un asino, fermo e solo, abbandonato nel nulla. Meknès, e la sua piazza bellissima, e le mura e il Palazzo e i segni dell’impero che fu. Città imperiale, che il respiro imperiale conserva nelle geometrie ancora intatto. E agli angoli delle strade e sulla piazza si affacciano vecchi, molti ciechi, a chiedere l’aiuto di un’elemosina, come i gattini, ciechi e malati che spuntano ovunque. E i camerieri dei bar sulla piazza, a tenere a bada, vecchi, gatti e ragazzini, perché non disturbino i pochi turisti. Li tengono a bada, allontanandoli, a volte, ma con gesti di attenta cortesia. Gesti accompagnati da pietas, se ancora per noi ha senso e significato la parola di questo antico sentire. Pochi turisti, perché Meknès non è Marrakesh. Ma forse proprio per questo conserva intatta la sua anima. Per questo, forse, ben più bella. Ben più struggente. Negli occhi dei suoi vecchi, nelle mani delle sue donne, nelle domande mute dei ragazzini. E le zampe sottili sottili degli asini, curve e quasi morenti, sotto pesi, enormi, che trasportano lungo le strade. Meknès e la preghiera che arriva dalla moschea. Un grido altissimo per dire che Allah è grande, e si prova anche un po’ di invidia per chi è convinto, davvero convinto, che ci sia da qualche parte un Allah, un dio, insomma, che sia grande. Meknés, e i suoi bar la sera colmi di maschi. Meknès e le notti insonni, del tempo e del luogo lontano che sempre ti obbliga a fare i conti con te stesso. Meknès e la pioggia. A novembre arrivata, corposa, senza fretta. Allora, avevo pensato, a nutrire la terra.