Memoria, memorie…
31 01 2010
Andando al presidio in via Tasso, domenica, giorno in cui sono state cancellate le scritte apparse il 27 scorso sul muro del Museo della Liberazione. “Olocausto propaganda sionista” e “27-01. Ho perso la memoria”. Scritte nere, che si è avuto cura di fare comparire proprio nel giorno della memoria. Apparse come l’appunto di uno sberleffo. Per essere sicuri di non perderla, noi, questa memoria, bisogna provare a salire quelle scale, entrare negli appartamenti dell’edificio, a un passo dalla basilica di San Giovanni, che nei mesi dell’occupazione nazista di Roma ( dall’11 settembre del 1943 al 4 giugno 1944) venne utilizzato come carcere del Comando della Polizia di Sicurezza. Perché, credo, c’è un potere dei luoghi che è più forte di quante parole si riesca a mettere insieme. Negli appartamenti di via Tasso, trasformati in luoghi di detenzione e tortura, il dolore e lo strazio di quei giorni è ancora tutto lì, e ti salta addosso. Impossibile non sentirne le voci. Non c’è neanche bisogno di chiudere gli occhi. Basta lasciare che lo sguardo scivoli intorno. Sulle finestre murate, a chiudere al mondo. Sui pochi ritagli di stoffa, di quel che resta di abiti macchiati di sangue. Sulle scritte graffiate dell’intonaco di una cella. E tutto è ancora più atroce, se i disegni fiorati sulle pareti, la cappa di una cucina, un lavello di marmo grigio, di quelli che c’erano un tempo, ricordano il tempo “normale” della vita che pure lì era stata. Quasi a ricordarci ancora una volta la banalità del male. Che arriva a insediarsi nei luoghi della vita che pensiamo tranquilla. Accomodato in un salotto, seduto al tavolo della cucina di casa. Ed è la cosa che forse fa più orrore.
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Continuando le cronache della Berlino di venti anni fa.
Leggendo, ancora di esplosioni e kamikaze. Sentendo, e usando, questa parola, kamikaze, come entrata nel lessico quotidiano, come fosse cosa come un’altra, esplodere nella carne… ripensando a una donna, la prima donna kamikaze, si disse allora, che nel gennaio del 2002 è esplosa in una via di Gerusalemme…Wafa Idris, universitaria, infermiera che prestava servizio volontario sulle ambulanze, divorziata, senza figli… allora, frugando fra commenti, testimonianze che già serpeggiavano in rete, ascoltando sensazioni… ne è nato questo testo… se è lecito cercare di pensare quello che lei ha pensato…
Tornando a Berlino, esattamente venti anni fa. Qualche appunto.
Iraq, ancora una strage a Bagdad. Titolano oggi alcuni notiziari. Riaprendo squarci sulle vicende di un paese che, se non quando magari illuminato dai bagliori di un’esplosione, sembriamo tutti dimenticare. Per aiutare a non dimenticare, e a capire di più, il sito Osservatorio Iraq (www.osservatorioiraq.it, da oggi fra i siti consigliati, accanto, nel blogroll). Come nasce? Dalla consapevolezza che la prima vittima della guerra sia la verità. E che anche per i media più attenti è difficile trovare informazioni nei teatri di guerra, mentre “la tirannia dell’audience” fa accentuare le informazioni sugli scontri bellici piuttosto che approfondire le analisi sui processi sociali e politici. Nato per parlare dell’Iraq nel momento in cui si è avviata la normalizzazione dell’occupazione militare (2004, con l’annuncio americano della fine del conflitto), l’Osservatorio oggi allarga il suo sguardo all’intero Medioriente. Insomma, per sapere del Medioriente che non fa notizia. www.osservatorioiraq.it
Anche se la data da celebrare è passata. Ancora una finestra su Berlino, vent’anni fa. Esattamente oggi. Cosa succedeva?
Leggendo della scoperta, in Egitto, ad Alessandria di un tempio dedicato a Bastet. Bastet, dea della gioia, della musica, della maternità. Bastet, dea gatta. E pensando allo sguardo-gatto che, con finto disinteresse, legge nelle nostre vite quello che forse neppure noi sappiamo. E guardandoci sospira, pietoso… Pensando a un altro gatto, Yellow. Gatto di Sarajevo, che nel tempo terribile della guerra, ha visto scomparire la sua giovane padrona e il ragazzo che l’amava. La loro vicenda, Yellow, ne sono certa, l’avrebbe raccontata così.
Pensando ad Haiti, e a questo nostro fragile, terribile mondo. Rileggendo della prima reazione di Voltaire, alle spaventose notizie da Lisbona, dove la terra ha tremato, annientando la città, all’alba del novembre del 1755. “Ecco una fisica ben crudele. Grande sarà l’imbarazzo di chi vorrà capire come le leggi del movimento producano disastri così spaventosi nel migliore dei mondi possibili. Centomila formiche, il nostro prossimo, schiacciate in un colpo solo nel nostro formicaio: metà di esse periscono probabilmente fra angosce inesprimibili in mezzo a macerie da cui non le si è potute liberare, famiglie rovinate a un capo dell’Europa, le fortune di cento commercianti della vostra patria inabissatesi nelle rovine di Lisbona. Che razza di triste gioco d’azzardo è la vita umana? Che dirano i predicatori, soprattutto se il palazzo dell’Inquisizione è rimasto in piedi? (…)”. Reazione ‘a caldo’, come si dice. Prima delle riflessioni che comporranno il Poème sur le désastre de Lisbonne. …. / Credetemi, quando la terra spalanca i suoi abissi/ il mio lamento è innocente e le mie grida legittime/…/ Questo mondo, questo teatro di orgoglio e di errore/ è pieno di sventurati che parlano di felicità/…
Ricevo, e volentieri pubblico, questa inchiesta. E’ stata realizzata dagli studenti del corso di giornalismo radiotelevisivo dell’Università Carlo Bo, di Urbino. E sembra di vederli, questi studenti, cittadini provvisori, in giro a far domande… ai pochi abitanti e ai molti studenti. Studenti provvisori, dicono, di una città “di passaggio”, dove qua e là, a volte, si affacciano fantasmi… Lo studente provvisorio, dunque…






