Prima di partire, per il Marocco. Un saluto, con un brano della follia di Moha (sì, Moha il folle, di Tahar Ben Jelloun). Ecco: “I miei figli? Non li vedo mai. Credo si vergognino di me. Hanno paura della follia. Allora un giorno gli ho detto che la follia non è ereditaria. Peccato! Perché, vedi, vivono senza poesia, senza generosità, senza tenerezza. Si occupano di affari. Vanno a gran velocità sulle strade. Un giorno perderanno la vita alla luce del sole. E’ una cosa indegna!. Ebbene- tu, non dimenticarmi, sai. Una sera ce ne andremo, come facevamo una volta, a parlare del mare. Ti ricordi? Parlavamo fino a quando appariva la sirena. Che splendore! Che emozione! A me mancava il fiato, e tu restavi a bocca aperta con la saliva agli angoli delle labbra. Per lo meno avevamo questa gioia e questo potere, unico al mondo, di far uscire le sirene dal mare e di ballare sulla sabbia fino al mattino…”. Prima di partire. Aspettando le sirene. ( “Moha il folle, Moha il saggio” Tahar Ben Jelloun. Feltrinelli)… A novembre!
Mi piace. Non c’è che dire. E’ la parte del mio andare che mi piace di più.Comincia nel momento in cui la luce inquinata del giorno vira nel tranquillo pallore del primo tratto del sottopassaggio. Dopo la discesa di appena dodici gradini e la breve galleria a destra. Altri sette gradini e poi subito ti avvolge l’aria calda di terra e umido e fatica di corpi, a tratti trapunta di un lieve fetore di plastica appena bruciata. La respiro a pieni polmoni. Mi piace lasciarmi invadere da questo odore che stordisce un po’ e conduce, quasi in stato di lieve incoscienza, al rullo della scala mobile. Che si muove lenta, lunghissima e indifferente. Mentre oltre le teste e i corpi che all’unisono scivolano verso il basso, come in un lento zoomare si avvicina la piattaforma che porta ai treni. Ed è lì che finalmente si apre lo spazio del tempo che scorre certo e lento lungo il binario sotterraneo. Vuoi mettere con il disordine della strada, di sopra. L’aria fetida di gas, le zaffate che sfuggono a sorpresa dalla penombra dei locali. Il rombo sordo dei motori, squassato da urla improvvise. Trilli meccanici, voci scomposte e grida di uccelli smarriti. Cieli instabili che con l’umore cambiano di luce, all’alba chiari, al pomeriggio già velati e poi la pioggia che si alterna al sole, e la notte che soppianta il giorno.Leggi il resto dell’articolo »
Da oggi si aggiunge ai siti consigliati (colonna a destra) il sito di Giuseppe Casarrubea e Mario J.Cereghino. Si apre con questa foto di Robert Capa, dell’agosto del ‘43. L’immagine di un contadino di Troina che indica qualcosa, forse una strada, a un soldato americano. Un blog fonte preziosa di memorie da dissotterrare. Che viene presentato così: “Questo blog vuole conservare la memoria dei fatti accaduti nel corso della storia italiana negli ultimi cento anni. Non di tutti i fatti però che la cultura dominante ha voluto tramandarci, ma diquelli che esse ha rimosso, o mistificato, o nascosto. Gli strumenti ai quali ricorreremo sono gli archivi segreti italiani e stranieri nonché materiali vari deruvanti da donazioni private. Questo blog, dunque, non è altro che un’occasione per restituire la verità che non c’è stata data. Un modo semplice e democratico per costruire consapevolezza critica e identità di singoli e di collettività intere. Con umiltà. Sapendo di poter sbagliare, ma con la voglia di costruire nel nostro piccolo un futuro a misura d’uomo”. Perché, si legge sotto la testata, occorre conoscere il passato per dare risposte al futuro.
Dopo aver letto dall’ultimo rapporto, appena ieri, della Fao, di un miliardo di affamati per le strade del mondo. Di cifre che sembrano non dire più nulla. Tanto alte da sconfinare nell’indifferenza. Troppi poveritroppo poveri… Ricapita fra le mani un vecchio numero de “Il Diario”. Del febbraio del 2002. E la narrazione di una storia dimenticata. Ma nulla capita per caso. E’ la storia di quell’idea coltivata dal Paolo VI qualche tempo poco prima di morire (siamo nel tempo del 1978), un’idea che avrebbe potuto cambiare il mondo. Non e’ difficile immaginare… il volto pensoso di papa Montini ( lo stesso volto sofferto… del papa che aveva chiesto in ginocchio agli uomini delle Brigate Rosse di liberare Moro), il volto del papa che trova insopportabile il pensiero di tanta miseria che affligge il mondo… e ha un’idea folle, un pensiero da sussurrare a bassa voce: vendere il piu’ grande tesoro del Vaticano. Vendere La Pietà, si’, il forse più famoso marmo di Michelangelo per donare tutto il ricavato agli affamati del mondo. Chi ricorda piu’? Quanti conoscevano questa vicenda? IL Diario, in quel numero di sette anni fa, ricostruisce quella storia,riportata nel libro di memorie di Daniel Wildestein , un noto mercante d’arte che, a un certo punto della sua vita, aveva deciso di raccontare la storia della sua famiglia a un giornalista dell’Express.Leggi il resto dell’articolo »
Dopo la pioggia. Che è stata. Dopo ferocia di vento. E cielo buio. E voli muti d’uccelli. Spazzati via come foglie già morte. Dopo turbini padroni dell’aria e della terra. Che hanno scosso strapazzato ogni cosa intorno. E sibilato mantra di vittoria. Quano tutto è sembrato calmarsi. Si è aperto nel cielo. Il vuoto lasciato da quell’albero antico. Che arrivava fin sui tetti. Che arrivava oltre i tetti, e fioriva sul finire di ogni inverno di mimose. Il cielo ora in quel punto si apre nello spazio di una vertigine. E fa quasi paura. Ai piedi di tutto quel vuoto, ancora stamane il pieno del tronco riverso, dei rami spezzati. E radici divelte, strappate con furia alla terra. Tutt’intorno ancora si affannano seghe senza pietà. Un pensiero, ai becchini che armeggiano col rumore delle seghe, all’albero di mimose che già non c’è più. Un pensiero alla prossima primavera, che crudele come sempre arriverà, “a svegliare sopite radici”. E sarà più triste del solito. Vuota dell’annuncio delle mimose.
Dopo la notte di pioggia, e gli squarci, di lampi, che rompono il tempo estenuante dell’estate che sembrava non volesse morire. Domenica mattina. La nuova luce non libera che il sentimento di una selvaggia sedententarietà.
Riguardando le immagini arrivate dalle terre intorno Messina. E ritrovando il racconto di Marco Bruno, da “C’era una volta…”, scritto per i suoi alunni. Una fiaba che riporta al tempo in cui i racconti dei vecchi, intorno al fuoco popolavano le notti di esseri fantastici che spuntavano dal suolo, o scendevano da regioni sonosciute dei cieli, per vivere sulla terra quando l’uomo ancora non l’aveva ferita. Dunque. In una notte di luna piena, al limitare del bosco, là nel paese Eterno, dove la realtà confina con la fantasia, l’incontro di alcuni ragazzi alla ricerca di fate ed elfi, con un uomo dalla lunga barba bianca e dal grande cappellaccio nero: il Grigio, un grande vecchio, quando “vecchio” non sembrava ancora una brutta parola… Leggi il resto dell’articolo »
Provate ad eseguire una melodia seduti con il vostro strumento al centro di una stanza, al centro di una casa assolutamente priva di voci. Il suono si amplifica oltre ogni immaginazione. La perdita di confine fra la musica che abbiamo dentro e quella che che riusciamo a portare fuori diventa incontrollabile. Il suono si propaga lungo onde ampie, sempre più ampie. Disegna superfici che si allargano, si allargano, si allargano. Sulle quali si dilata l’anima. Che è una sensazione indescrivibile. Esaltante. Paurosa. In uno spazio muto bastano poche note insieme per sviluppare vibrazioni e forze infinite. Ma c’è un limite di dilatazione oltre il quale l’anima si perde. Se non siamo ancora pronti per il salto nell’infinito. Allora non basta battere la nota che segna il punto del silenzio. Per fermare la paura. (Angela, agela, angelo mio… Stampalternativa, p.35)
C’è un limite di dilatazione oltre il quale l’anima si perde. Se non siamo ancora pronti per il salto nell’infinito. Allora, non basta battere la nota che segna il punto del silenzio. Per fermare la paura.
C’è sempre qualcuno che guarda da un’altra riva… E da quanti e quali punti di vista una storia può essere raccontata? Sguardi che non hanno nessuna presunzione d’oggettività,
ma non per questo meno lontani dal vero. Anzi.
Ascoltare, indagare le voci dell’altra riva, anche quando
non pronunciate, è un modo per provare a rompere la gabbia
che ci si stringe intorno quando il linguaggio quotidiano s’impoverisce: parole d’ordine, luoghi comuni che diventano luoghi di contenzione.
C'era una volta e c'e' ancora adesso.
su Radio Uno, le fiabe reinventate da Francesca de Carolis e Daniela Morandini.
Un un modo per riflettere, con quella leggerezza che piaceva a Calvino, sulla realta', sulla cronaca, su quello che accade.
Un viaggio da fare insieme con gli ascoltatori, protagonisti con le loro storie, i loro mondi e le loro interpretazioni.
e per riascoltare le puntate andate in onda:
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